Ultimamente ho un po' di pensieri.
In realtà chi mi conosce bene, lo sa già, e chi non mi conosce ma legge qui, lo avrà capito dall'assenza dalla scrittura di questa allegra pagina. Non mi va molto di parlare dei miei problemi personali sul blog, ma inevitabilmente spesso mi capita di farlo. Non starò quindi ad elencare tutte le cose che non vanno ultimamente, di ciò che mi tiene sveglio la notte, anche se proprio non è del tutto vero che rimango sveglio la notte perché dormo comunque come un sasso, perché sono un grande sostenitore dell' antico proverbio secondo il quale i panni sporchi si lavano in famiglia. Secondo me infatti ognuno deve reagire alle proprie problematiche in maniera autonoma, personale, con l'aiuto di pochi stretti collaboratori fidati. Quello che dovevo dire l'ho già detto, per cui voglio parlare della mia reazione.
Come molti sapranno, sono un ottimista. Non lo sono sempre stato, ma sono molto fiero di quello che sono diventato. E oggi voglio parlare di questo, della capacità di uscire un lunedì mattina di nebbia come oggi, col sorriso sulla faccia. Non è dovuto all'inconsapevolezza di quello che si sta facendo, o ad un menefreghismo, è la capacità di cercare di cogliere il lato migliore di tutte le situazioni. Magari questo lato è in sofferenza rispetto agli altri, soprattutto nelle situazioni peggiori, però esiste, sempre. Per quanto possa sembrare insormontabile un problema, si può sempre vedere un lato positivo. Io ho i miei problemi, come tutti, ma ho parte attiva. Questa è una cosa che non bisogna dimenticare mai, ovvero la capacità di essere parte attiva nella nostra vita. Ciò significa solamente, e totalmente, che possiamo fare qualcosa. Questo qualcosa può non essere sufficiente a volte per raggiungere il nostro scopo, ma abbiamo la capacità di farlo. Dobbiamo essere contenti per quel poco che possiamo fare, proprio come si dice ai bambini. Quante volte abbiamo sentito l'espressione secondo la quale non è importante vincere, l'importante è partecipare? Secondo me questa espressione non è del tutto corretta, dovrebbe essere espressa dicendo che l'importante non è vincere, è aver dato il massimo. Non si possono avere infatti rimpianti nel momento in cui si sa di aver dato il 100% in qualcosa. È questo che mi fa essere ottimista, che mi dà la forza in giornate grigie come questa di sorridere, senza nemmeno tanto sforzo.
Stamattina mi sono svegliato volendo dare il massimo in questa giornata, con tutte le persone con cui avrò la fortuna di parlare, volendo essere la versione migliore di me. Perché cose belle succedono a chi sorride.
lunedì 26 ottobre 2015
Lupi nella nebbia
sabato 17 ottobre 2015
Inside Out
Ciò che è dentro, fuori.
Sì, mi rendo conto che in italiano non rende bene come in inglese. Sto ovviamente parlando dell'ultimo film della Disney, come al solito colossale produzione appannata dalla presenza di manifesti e gadget in ogni forma e dimensione, ma soprattutto luogo. Troppo spesso la casa di produzione americana di cartoni ha esagerato ultimamente con la promozione. Ma in fondo si tratta di business, quindi ci può stare. Pensiamo un attimo al film della Lego dove tutti i personaggi sono acquistabili nel loro set.
Ma non voglio parlare di come molto spesso si facciano film per bambini perché i pupazzi vengono bene, o perché sono più volubili degli adulti nell'avere la loro attenzione catturata da immagini lucenti. Voglio parlare del film. Perché mi ha colpito molto, ma voglio spiegarvi il perché. Dopo essersi chiesti se i giocattoli, gli insetti, i supereroi, i pesci, i mostri, le auto, gli aerei chi più ne ha più ne metta avessero i sentimenti, hanno deciso di parlare direttamente dei sentimenti, in prima persona. Dando un'immagine di ciò che è astratto per definizione. L'ho trovato semplicemente geniale. Diventa tutto più semplice quando ci riesce a figurare le cose, dando un volto a ciò che risulta spesso indescrivibile.
Nel cervello secondo Pixar, quindi, ci sono 5 personaggi, rappresentativi del corrispondente sentimento: gioia, rabbia, disgusto, paura e tristezza. Ci permettono di vivere e relazionarci con gli altri, avendo un effetto più o meno importante sui nostri ricordi, che vengono catalogati come costruiti da uno di queste cinque entità. In un bambino, come nel film, il sentimento predominante è Gioia, perché è la fase dell'innocenza in cui si stanno costruendo i cosiddetti ricordi base, ma crescendo una parte può prendere il sopravvento sulle altre.
Ora, non vi voglio raccontare la storia perché penso che sia bello da vedere, ma sicuramente mi ha fatto pensare a me stesso. Sì, con i miei sbalzi d'umore e le mie ansie, la gioia improvvisa e la tristezza più profonda mi sembra che al mio comando centrale ci sia una gran confusione, in cui tutti e cinque vogliono stare al posto di comando. Ci sono dei periodi in cui predomina rabbia, altri spesso in cui comanda tristezza, ma quello che da speranza è sempre che c'è gioia. Nei momenti in cui c'è gioia si sente, mi sento motivato in quello che faccio. Dovendo riassumere in una sola espressione, o metafora che dir si voglia, quando comanda Gioia, sentiamo di essere sulla strada giusta, con quella bella sensazione che quello che si sta facendo sia corretto. Che è una sensazione bellissima, la propria approvazione.
Ho avuto però anche l'impressione che mancasse un personaggio in questo scenario rappresentativo surreale. Trovo infatti che mancasse la motivazione, ciò che realmente ci spinge a fare le cose. Perché è vero che i sentimenti sono il tramite delle nostre azioni, ma solo l'amore ci spinge a farle. Sì, sto parlando di un Amore generale, sotto tutte le sue tante forme, da quello per sé stessi, a quello per un oggetto o una persona. Il film ha centrato le basi del processo cognitivo, ovvero cosa si prova mentre si fa qualcosa, ma non il perché. È anche per questo che non sento prevalere uno dei cinque pupetti del film, nel mio di processo cognitivo. Quello che sento, è tutto motivato da un principio base, che può portare alla semplice sopravvivenza fino al desiderio di una vita migliore, è regolato dall'amore. Certo, sarebbe stato difficile rendere l'idea di un personaggio, superiore agli altri, che rappresentasse l'amore. A mio avviso, per quanto complicato però, avrebbe reso una migliore interpretazione di come funziona il cervello umano nei suoi processi cognitivi e cogitativi.
Perché non è giusto sapere il come succedono le cose se non ne sappiamo il perché.
giovedì 15 ottobre 2015
Io te l'avevo detto
Stamattina, mi sono svegliato con un pensiero particolare. È un po' che ci faccio caso a questa coincidenza, ma mi capita sempre di finire a pensare questa cosa, per cui mi sono finalmente deciso di mettermi a scriverla.
Stamattina, come dicevo, mi sono svegliato leggendo un messaggio abbastanza particolare. Si tratta del messaggio di una mia amica, che come previsto, mi dice che per la montagna di quest'anno non si riesce a fare niente. Avevamo infatti in programma di andare tutti assieme a sciare, prendendo una casa in affitto, con un sicuro divertimento garantito. I lettori più assidui, o semplicemente più attenti, ricorderanno che avevo già discusso dell'argomento. Avevo infatti deciso di andare in vacanza da solo proprio per evitare questa eventualità. Il fatto che la mia amica mi abbia confermato ciò che pensavo già da un mese e mezzo, è stata uno di quei momenti in cui capisci di avere ragione per qualcosa di detto molto tempo fa. La classica situazione da "te l'avevo detto".
Da bravo ingegnere, ma più che altro da persona pignola, sono un grande amante di questa frase. Avere ragione è sempre una sensazione piacevole, ma non per questo questo sentimento va esternato. Non fraintendetemi, difficilmente mi capita di avere ragione su qualcosa, specialmente con le donne, ma questo non significa che non possa godermi i rari momenti in cui capita. In questa evenienza però, un vecchio monito mi ritorna in mente. Recita così:
Nelle occasioni in cui abbiamo pensato di dire "te lo avevo detto", non si dice mai.
La prima volta che l'ho sentito, mi ha fatto particolarmente strano, perché è, nella maniera più generalista possibile, vero. In fondo, se si pensa bene al contesto di un te lo avevo detto ben assestato, ci si rende subito conto che non si tratta di una normale condizione in cui si accetta la sconfitta in maniera blanda. Si tratta infatti di condizioni in cui la sconfitta, o avere torto che dir si voglia, comporta una delusione, oltre che la semplice mancanza di ragione. Sappiamo che le persone che pensiamo abbiano torto potrebbero rimanerci male, e quindi, nel momento in cui questo avviene, non abbiamo il cuore di rinfacciarlo. Se infatti lo facciamo, non viene esercitato come il gesto di superiorità intellettuale che avevamo immaginato, bensì in maniera sommessa, quasi sottovoce, lo diciamo.
Avere ragione è sempre bello, ma non occorre stravincere, si può fare con stile. Oh, io ve l'ho detto.
lunedì 12 ottobre 2015
Scotty still doesn't know
Possibile che, nonostante siano passati 10 anni, Scotty ancora non lo sappia?
Questa, stamattina, è stata la prima domanda seria che mi sono posto. Ok, si potrebbe anche dire che non è proprio una domanda seria, soprattutto per quanto riguarda l'argomento di cui tratta. In realtà la mattina non è che penso delle cose molto intelligenti, al massimo arrivo a dimenticarmi dove ho messo lo spazzolino ieri sera, mentre mi lavavo i denti parlando al telefono, eppure ascoltando questa canzone, in macchina, per darmi la carica del lunedì in modalità snowboard, mi sono posto questa domanda. Infatti è partita la canzone Scotty doesn't know dei Lustra, tratta dal film Eurotrip. Il film, ambientato nei primi anni 2000, inizia con questo simpatico sipario, ovvero del fatto che c'è un ragazzo di nome Scotty, la cui ragazza lo tradisce ripetutamente con più persone, tra cui un cantante di una band, che decide di fare un intero concerto dedicando una canzone al fatto che Scotty non sappia che lei lo tradisce. Il gesto risulta essere talmente plateale, che quasi diventa simpatico, anche per il fatto che la musica della canzone risulta essere particolarmente orecchiabile.
Questo mi ha fatto pensare a un argomento di cui avevo già discusso, ovvero la capacità di andare avanti nella propria vita, pur non avendo informazioni certe sul tutto. Sto parlando di quelle situazioni che magari si sono chiuse in maniera improvvisa, senza avere informazioni definite sul perché i fatti siano andati in quella determinata maniera. Certe volte ci troviamo nella situazione di doverci rassegnare al fatto che non possiamo sapere tutto di com'è andato il nostro passato, e non potremo mai saperlo, proprio per la maniera in cui si sono chiuse le cose. Un tradimento, una delusione, una risposta che non è mai arrivata, su cui aleggia una nube di grigio mistero. Il fatto che dopo 10 anni Scotty ancora non lo sappia è il simbolo di tutti noi, nella capacità di andare avanti nonostante non si sappia tutto di quello che è successo. È proprio qui la forza di Scotty, perché lui, nel film, riesce a trovare la sua strada, e addirittura imparare da quest'esperienza.
Si tratta di dare il giusto peso alle giuste cose, non è importante sapere se una determinata persona ha tradito oppure no, perché il passato è già scritto, definito in maniera immutabile. Quello su cui possiamo avere azione è il presente, e agire di conseguenza. Non ha quindi senso passare il proprio presente a chiedersi come sia andato il passato veramente.
Scotty quindi non lo sa ancora, dopo più di dieci anni, e forse non lo saprà mai. Ma la sua vita è andata avanti. Nel migliore dei modi.
giovedì 1 ottobre 2015
Scusate le spalle
Conviene davvero avere le spalle larghe nella vita?
Vorrei ripetere un concetto su cui mi ero già espresso.
Sì, lo so che non dovrei, perché rischio di essere ripetitivo, ma per me scrivere è anche questo. La possibilità di mettere su carta i miei pensieri mi permette di mettere in pausa un pensiero per poi riprenderlo, e rielaborarlo in funzione di ciò che mi capita, di quello che penso. Avere già espresso un concetto, quindi, diventa un punto di partenza per quello che può essere considerata come la naturale evoluzione di un pensiero. Andiamo con ordine, quindi.
Sto parlando del post riguardante i limiti delle persone, e del concetto che secondo me diventare grandi significhi non mostrare mai quanto uno si possa arrabbiare. Nel vecchio post, il significato di questa affermazione serviva da esempio sulla poca produttività di svelare troppo velocemente le proprie carte, insomma, mostrarsi nell'interezza fin da subito. Non pensate che io abbia cambiato idea, ma voglio analizzare assieme a voi un altro aspetto, altrettanto degno di nota, di questo argomento. Ovvero il modo in cui si manifesta questa caratteristica, non solo lo scopo.
Cresciamo prendendo come modello, come esempio, le persone più grandi. Impariamo da chi ne sa più di noi, per dirla come farebbe il vecchio Isacco Newton "saliamo sulle spalle dei giganti per vedere più lontanto". Ci appoggiamo a chi ci può aiutare, con il sogno che un giorno avremo noi stessi le spalle così larghe da poterci aiutare da noi stessi. Con l'idea che se abbiamo delle delusioni, i nostri piccoli fallimenti, un giorno sarà diverso, perché sapremo cavarcela da soli. Mio padre non voleva che la mia cartella di scuola fosse pesante, ma non perché pensava mi facesse male alla schiena, quanto più perché mi sarebbero venute "le spalle come una bottiglia di ferrarelle". Cercate di capire il mio disagio con questo argomento, dati i presupposti.
Dato che alla fine le spalle larghe mi sono arrivate, sia fisicamente non certo gratis come si fa credere in giro ma ammazzandosi di esercizio, che moralmente, ora posso analizzare la mia posizione anche in funzione di quello che mi sembrava necessitare. Si potrebbe pensare che più si hanno le spalle larghe, meglio sia, ma non sono del tutto d'accordo. Penso che la larghezza giusta sia sempre quella giusta per l'occasione. Mi spiego meglio: non è sempre necessario mostrare di averle, le spalle larghe, ma solo quando ci è richiesto, e nella misura richiesta, non di più. Perché a volere esagerare si rischia di passare da persona giusta a persona fuori luogo per una determinata attività/mansione. Non ha quindi senso volere essere, ad esempio, la persona più intelligente di una stanza, perché, come dice Richard Branson che è sicuramente discutibile come personaggio, ma a meno che anche voi non abbiate fatto come lui kitesurf con una modella nuda attaccata sulla schiena il vostro argomento non è valido, "se capisci di essere la persona più intelligente nella stanza, allora hai sbagliato stanza".
La gente deve poter contare su di noi, ma solo quando ne ha bisogno. Siamo giganti a chiamata.
mercoledì 30 settembre 2015
Conversazioni ipotetiche
Quante volte ci è capitato di trovare una risposta perfetta per controbattere un'affermazione quando ormai è troppo tardi?
A me moltissime. E non parlo solamente dei casi per me molto isolati in cui la risposta geniale balena nel nostro pensiero pochi secondi dopo, ma quando ormai il tempo per rispondere è già passato, intendo proprio quando, tornando a casa, continuando a pensarci, troviamo la risposta perfetta. Peccato che ormai sono passate delle ore e siamo da soli sotto una doccia. O da qualsiasi altra parte.
Non penso di essere da solo a rivedermi ipotetiche conversazioni in testa, anche dopo che sia passato del tempo da quando siano realmente avvenute. Lo dico non in funzione dei miei poteri di telepatia con gli altri abitanti di questo pianeta, quanto più per il fatto che sempre più gente mi fa notare che quello che scrivo spesso capita anche a loro non che sia un bene per voi, io mi farei controllare. Il problema è che per avere la risposta pronta, bisogna possedere alcune caratteristiche: la spontaneità di dire la cosa giusta nel momento giusto non può essere solo frutto della genialità spontanea di una persona, quanto più può essere affinata con l'esperienza. Il genio, che non sono io ma quello di cui ho già parlato in un altro post, comprende tra le sue caratteristiche la rapidità di esecuzione, e certo questa non deve mancare, ma la capacità di pensare velocemente, quindi a monte dell'azione, si affina con l'esperienza.
Esatto, sto dicendo che quelli che hanno la risposta pronta ad ogni evenienza, spesso sono tali perché gli è capitato molte volte di non sapere cosa dire. In poche parole, hanno avuto modo di fare di necessità virtù. Aver passato le ore a scervellarsi pensando a possibili scenari, risposte o espressioni che si sarebbero dovute usare in un determinato contesto, è un allenamento per l'immaginazione e la concentrazione da usare per generare risposte fantasiose. Non arriverò al punto che la fantasia e la spontaneità si possono allenare, perché sarebbe sbagliato non considerarne la parte naturale, posso solamente dire che trovarsi in determinate situazioni per più di una volta aiuta la naturalezza con cui le si affronta. Un po' come fare sempre la stessa cosa la rende un automatismo che ci permette di focalizzare la nostra concentrazione solamente sulle anomalie.
Penso di avere una risposta pronta, anche in funzione di quello che mi capita, anche se è sempre una bella soddisfazione dire la cosa giusta al momento giusto. Altrimenti la prossima volta andrà meglio.
Quando sarò grande..
Cosa vuoi fare da grande?
A tutti, presto o tardi, è stata posta questa domanda, e tutti l'abbiamo fatta almeno una volta. È un qualcosa di inevitabile, come che oggi qualcuno ci abbia già chiesto "come va?". Ma come al solito in questo blog, non ci soffermiamo sulla superficialità della cosa, cerchiamo di capirci qualcosa di più, di questa domanda.
Lo dico perché l'altro giorno l'ho detto io, che cosa avrei voluto fare da grande. Ora, non è che io sia proprio piccolo, in fondo ho già raggiunto un discreto grado di autosufficienza, che mi permette di vivere, mangiare, avere una casa, un lavoro e tante passioni, senza dipendere da qualcuno. Non parlo solo di indipendenza economica dai genitori, traguardo tanto agognato durante gli anni dell'università, ma di vera e propria emancipazione. Quindi quando l'altro giorno ho detto che "da grande farò.." mi si sono ripetute in testa le parole che avevo appena detto. Perché sono già grande, per certi versi.
All'inizio è sopraggiunto un sentimento di sconforto. Sì, perché desiderare qualcosa di diverso, è un po' come considerare deludente, se non un fallimento, ciò che si sta facendo, la situazione che si sta vivendo. Poi mi sono detto che in realtà certe cose hanno bisogno di tempo, e ogni scelta è frutto del momento, quindi poteva essere naturale, pur essendo già grande, desiderare di più. Infine il mio ragionamento si è spostato sull'oggetto del desiderio, il vero punto cruciale del pensiero.
Quando siamo piccoli, la domanda posta all'inizio è una indicazione di cosa ci piacerebbe diventare come persone in divenire, per cui prettamente lavorativa. Astronauta, scienziato, presidente degli Stati uniti, sono tutte risposte che ci definiscono per come siamo, sognatori bambini o pratici infanti già grandi. Ma quando si cresce, e il nostro percorso di crescita professionale comincia a delinearsi per davvero, tutto prende un altro significato. Quando l'altro giorno ho parlato del desiderio futuro, non parlavo di una realizzazione professionale, che dal desiderio sta diventando sempre più concreta, ma di una realizzazione umana. Una moglie, dei bambini, una famiglia. Questa è la mia personale idea di realizzazione come persona, la costruzione di un nucleo familiare che valga più della somma dei singoli individui che lo compongono. Non si tratta di un desiderio assurdo, me ne rendo conto, ma è qualcosa per cui si cominciano a buttare le basi in questa fase della mia vita, un po' come la scelta delle scuole è stato propedeutico al mio avanzamento professionale. Certo, con tempistiche non certe anzi molto aleatorie, ma già che ci sia un desiderio, seppur ancora base, è già tanto. Perché sapere dove andare, pur essendo ancora fermo sulla casella del via, è cento volte meglio che avere le energie per partire ma non sapere in che direzione.
Da grande voglio avere una famiglia, e dico bene ad usare l'espressione da grande.